Nuovo,
emozionante incontro con l'inesauribile universo shakespeariano
- una decina di spettacoli presentati in tutto il
mondo - per Declan Donnellan, uno
dei registi più vitali e all'avanguardia nel
panorama teatrale inglese contemporaneo, certamente
tra gli artisti che meglio vivono il teatro di Shakespeare.
Questa volta è al moro Othello che
rivolge la sua attenzione, affidandosi ancora una
volta alla vigorosa fisicità interpretativa
del giovane Nonso Anozie, già
straordinario protagonista del King Lear visto lo
scorso anno sul palcoscenico del Valle per i Percorsi
Internazionali. Donnellan si soffermava sul personaggio
di Lear per sondare le tragiche conseguenze dell'Amore
quando è assenza sofferta: Othello, invece,
viene riletto quasi fosse un thriller sospeso tra
paranoia, alterità e sesso, tra necessità
politica e passione d'amore.
Otello è l'elemento estraneo e dirompente in
una società in precario equilibrio: necessario
a scongiurare la minaccia dell'invasione della Serenissima
da parte dei Turchi, il generale nero resta sempre
uno straniero disprezzato e temuto, che si eleva ad
eroe e che, nell'esaltarsi, condanna se stesso alla
distruzione. Lo spettacolo mette a fuoco non tanto
la gelosia di Othello, quanto la sua paura che Desdemona
lo distrugga: il tradimento di una donna vissuto come
ulteriore elemento di diminutio della sua identità
di eroe scomodo. La paura, secondo Donnellan, è
come il Diavolo: in realtà non esiste, ma la
nostra ragione ci impedisce di sbarazzarcene. Qui
Iago, condannato come Lucifero ad esistere soltanto
per distruggere gli altri, è il suo braccio:
colui che, diffondendo il dubbio per pura noia, disperde
ogni bellezza.
Lo spettacolo rientra perfettamente nei canoni e nello
stile della Compagnia Cheek by Jowl,
che - costituita da Declan Donnellan
e Nick Ormerod nel 1981 – continua
a ricevere riconoscimenti internazionali per la produzione
di spettacoli classici innovativi e rigorosi nello
stesso tempo. E’ una ricerca purissima a definire
il percorso di questo talentoso regista inglese -
con una forte appartenenza irlandese - che riesce
sempre a fornire una comprensione e un godimento dei
linguaggi del teatro profondi e completi. Il suo teatro
è “un’arte del viaggiare”:
si prefigge una meta, quella di restituire alle favole
la loro freschezza. La tradizione è il punto
da cui partire per analizzare, attraverso l’arte,
le conseguenze delle azioni del passato e per celebrare
l’ambivalenza cangiante della vita, in tutta
la sua follia. E’ un teatro essenziale, dove
la semplicità è bellezza. La forza e
lo spessore del plot dialogano con il dinamismo teso
e vigoroso della fisicità degli attori, in
una fusione armonica di gesto, musica e parola. Gli
attori, veri atleti dell’arte, vivono i ruoli
con serenità e pienezza, e con la raggiante,
indiscutibile vivacità che contraddistingue
la grande scuola inglese. |